Dagli UFO al Large Hadron Collider - I misteri della natura e della scienza
Oggi vorrei proporre una piccola riflessione su una delle parabole più misteriose di Gesù, quella cosiddetta dei Talenti.
Le parabole, i racconti di Cristo ai suoi discepoli sono da sempre oggetto di studi, di meditazione, di approfondimento. Essendo racconti 'simbolici' nascondono molti significati reconditi, e parlano a ciascuno di noi.
Ricordiamo qui il testo della parabola, una delle più enigmatiche dei Vangeli, che è riportata con diverse varianti, in tutti e tre i Vangeli sinottici. Per l'esattezza Matteo, 25,14 - Luca 19,12-27 - Mc 13,34.
Riportiamo qui la versione di Matteo, quella più completa.
14 Avverrà come di un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni.
A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì.
Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò, e volle regolare i conti con loro. Colui che aveva ricevuto cinque talenti, ne presentò altri cinque, dicendo: Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque. Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.
Presentatosi poi colui che aveva ricevuto due talenti, disse: Signore, mi hai consegnato due talenti; vedi, ne ho guadagnati altri due. Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone.
Venuto infine colui che aveva ricevuto un solo talento, disse: Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo. Il padrone gli rispose: Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l'interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Mi ha sempre molto colpito questo racconto. E vorrei anzi qui sollevare anche, se qualcuno ne ha voglia, una piccola discussione-condivisione.
Perchè questa durezza del Padrone nei confronti del servo che - tutto sommato - non ha fatto altro che conservare il talento che ha ricevuto - e che non aveva chiesto - e restituirlo intatto ?
Soprattutto quella frase, che a me appare molto molto severa: Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.
E poi la sentenza finale, terribile (sproporzionata ?): E il servo fannullone gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti.
Voi che ne pensate ?
Ciao a tutti.
Fabrizio Falconi.
Questa dei talenti è una parabola che si configura molto bene in 3 aspetti della via della salvezza. 1) Aspetto escatologico: quello + evidente, 2) Aspetto sociale: quello + superficiale, 3) Aspetto mistagogico, quello + profondo.
ognuno di noi riceve delle qualità in questa vita, ognuno di noi ha l'obbligo di mettere a disposizione degli altri queste qualità, qualcuno può avere talenti evidenti, palesi, altri hanno piccole qualità, meno evidenti.
Tutti abbiamo il compito di utilizzare i nostri doni a beneficio degli altri, siano essi grandi ed evidenti, siano piccoli e nascosti.
Un giorno, dovremo dar conto di ciò che abbiamo fatto.
per talenti forse si intende ai sacramenti che abbiamo ricevuto e alle situazioni di ogni giorno che dobbiamo affrontare per fare del bene in ogni caso visto che siamo servi non siamo obbligati alla ns. condizione possiamo sempre licenziarci e andare a lavorare da un altro padrone.non e una parabola dura perche chiedendo aiuto al ns. padrone ogni giorno possiamo far fruttare ins., talenti.
...e se fosse la condanna per chi non si "mette in gioco"?
Se la Parola volesse indicare la strada a coloro che vivono nella paura di sbagliare, che è essa stessa causa (ma anche effetto) di "mollezza" sociale?
Non ho approfondito molte parabole, ma questa, nella sua concretezza e laicità, andrebbe raccontata a tutti, dagli amministratori, ai giovani in cerca di lavoro, ai manager, agli artisti, agli intellettuali, ai lavoratori.
Dio conosce la concretezza delle cose, la debolezza degli uomini, la forza della parola. Che esista o no, poco importa: la sua Parola è via, verità e vita.
Far fruttare i propri talenti, cioè i propri doni spirituali, donati da Dio sin dalla nascita, è un nostro dovere di esseri umani, poichè siamo cellule di un solo corpo che è l'umanità,
quindi non possiamo fregarcene degli altri...dobbiamo agire nel bene di tutti, nel modo in cui possiamo, con una parola di conforto, con un sorriso, con un augurio sincero, con una pacca sulla spalla, con gesti di bontà, con sollecitazioni di sentimenti buoni specie il sentimento della pace e della carità.Se doniamo, riceveremo,se non doniamo, non riceveremo, anzi, ci sarà tolto anche ciò che abbiamo, poichè niente è veramente nostro, di nostro possesso, noi non possediamo nulla, non siamo padroni di niente, tutto ciò che ci viene donato , ci può essere tolto in qualsiasi momento...Il vero senso della vita è DONARE, senza scopo di lucro
e dobbiamo donare con pazienza e con ferma decisione, col cuore. Non sarà nostro compito calcolare i risultati...o i benefici che provengono dal dare...noi dobbiamo solo dare con bontà, quello che possiamo,e ci sentiremo veramente utili...apprezzando la vita.
grazie fratelli e sorelle mi avete aiutato a capire questa splendida parabola
Credo che uno dei significati più veri e profondi sia questo: la vita é regolata dall'abbondanza. chi vive nell'abbondanza e nella gratitudine per quello che ha, vive con giustizia e positività.
chi cerca di difendere con avidità il "poco" che ha (è un poco relativo a chi lo percepisce), perderà tutto. succede. a chi non ha fiducia nell'immensità dell'Universo e nella bontà di Dio.
Credo che la frase più importante dell'intera parabola sia "Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto". Questa è la frase centrale della parabola sui talenti. Vedete, non importa quanti talenti si ricevano, ma quanta fiducia si ripone in colui che ce l'ha concessi e in noi stessi nel farli crescere. Il padrone riconosce la fiducia dei servi che hanno portato i talenti in banca, mentre disprezza la diffidenza di quello che ha nascosto il suo unico talento in una buca. Ha mancato di fede nel suo padrone e questo gli ha fatto perdere anche fiducia in sè stesso. Per questo alla fine si rivolge a quest'ultimo con una frase molto dura "Perché a chiunque ha sarà dato nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha." Se si ha fiducia in Dio non si soffrirà alcuna privazione, anzi si vivrà nella prosperità, ma coloro i quali si mostreranno diffidenti e timorosi nell'affidarsi a Dio, vivranno di pivrazioni e frustrazioni, come dice alla fine "...sarà pianto e stridore di denti."
Penso che il Sapiente abbia voluto dirci semplicemente e profondamente: Così è la Vita. Non dipende da Me, ma Io so. Giusto? Ingiusto? Non è importante. Io vi rivelo una sola cosa: che è Necessario. Non può che essere così. Non ci posso fare niente.
Non esiste libero arbitrio, esiste solo la Necessità.
Quel miserabile con un solo talento, quel poveretto così poco dotato... ha forse colpa di essere miserabile, poco dotato eccetera? No, nel modo più assoluto. In parabola: no, è stato il Padrone a decidere per lui, a "poco dotarlo". E per di più lo stesso Padrone al danno aggiunge le beffe, lo stridore di denti.
Quanta pena mi fa quel poveretto! Quanta poca misericordia dimostra questo malvagio Padrone!
Questa, mi pare, è la morale da trarre da questa crudelissima, assurda ma veritiera parabola.
Erik
PREDESTINAZIONE? A mio avviso, contrariamente alle dottrine Valdesi, questa parabola non mette la parola fine sulla teoria della RICUSAZIONE, ovvero predestinazione assoluta, ne sulla salvezza per SOLA FIDE. Infatti, vedo nei tre servi non solo tre distinte persone, e nemmeno tre atteggiamenti diversi che possono convivere in una persona, ma bensi' TRE LIVELLI di comportamento collegati fra loro. I servi ne fanno un uso diverso per qualita e quantita, ma di partenza si parla sempre dello stesso dono: del TALENTO. Per me, il talento UNICO è il punto di partenza della fede, i talenti NUMEROSI sono, appunto, la traduzione della fede in opere Missionarie. I talenti INNUMEREVOLI (innumerevole rappresentato simbolicamente dalla DECINA) significa il rinunciare ai frutti del proprio successo, anche al auto compiacimento, una specie di PICCOLO MARTIRIO nel quotidiano. In altre parole, AVERE SUCCESSO ma abbandonandosi completamente alla VOLONTA DI DIO, che è espressa anche simbolicamente della decina.
PS
PRECISO che non avevo intenzione di giudicare nessuna Chiesa o mancare di rispetto a nessuno, ma, questo si, riflettere sui possibili ECCESSI a cui possono portare le dottrine. In questo senso, e per la mia antipatia verso i focolarini, mi assumo la responsabilità; ma appunto, non sia interpretato come un giudizio da parte mia... diciamo, solo "questione di gusti".
LE VARIE DOTTRINE CRISTIANE: a mio modesto avviso, questa parabola condanna numerosissimi atteggiamenti di varie Chiese Cristiane, che invece pensano di agire proprio in conformita ad essa. Pensiamo ad esempio allo "spontaneismo" di molti culti EVANGELICI. Pensiamo alla chiusura - come vedete gli estremi si toccano- di certe congregazioni Presbiteriane o CALVINISTE, che io definirei neo-puritani. La stessa CHIESA CATTOLICA, pur collocandosi nel mezzo, rischia tener dogmaticamente separati OPERE e FEDE, trascurando che fra fede ed opere vi è un CONTINUUM, se non una identità (io lo credo, sono vicino ai protestanti). La stessa spiegazione del nostro BLOGGER - FALCONI- per cui talenti=fede se non sviluppata, rischia di essere riduttiva. Su questo comunque approfondiremo dopo. Penso, peggio di tutti, ai vari Carismatici, Pentecostali e Focolarini vari, in questo simili ma peggiori delle sette Evangeliche. Essi infatti si credono così illuminati dallo spirito santo da non riflettere sulle scritture. Per loro la illuminazione viene dallo Spirito Santo, ma in questo modo lo usano come SCUSA per NON COMPIERE PASSI AVANTI rispetto al momento della illuminazione.
per completare, specico un paio di cose. Daccordo con Carlotta sul : "chi vorrà salvare la sua vita la perderà ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio la salverà"; come interpretazione del "a chi ha sara dato di più", ma qua viene visto un altra prospettiva. TRATTANDOSI DI FEDE, o meglio di TESTIMONIANZA DELLA FEDE, qua si affronta il problema delle MEZZE VERITA CHE FANNO PIU' DANNI DELLA MENZOGNA. Il servo che nasconde sotto terra in dono della fede, RIFIUTA DI CAPIRE, STUDIARE E QUINDI DIVULGARE LE SCRITTURE, riducendo il tutto ad un auto-compiacimento per il fatto di credere in Cristo punto e basta. Così la sua certezza GLI IMPEDISCE di capire fino in fondo l'Evangelo, GLI FA DA OSTACOLO invece che spronarlo. Ecco che allora PERDE ANCHE QUELL POCO CHE HA.
cari amici,
ho gia scritto il mio commento e, dato l'interesse suscitato, aggiungo alcuni particolari sul simbolismo.
I BANCHIERI sono i SANTI o i Profeti, ai quali l'uomo semplice avrebbe potuto affidarsi anche in mancanza di virtù proprie.
IL VIAGGIO DI ANDATA si riferisce alla morte temporanea del Cristo, o forse più genericamente, all'attesa dell'avvento.
IL VIAGGIO DI RITORNO si riferisce alla resurrezione del Cristo, che lo ha consacrato MESSIA.
Il titolo regale, appunto, si riferisce alla consacrazione di MESSIA.
Il percorso geografico di Gesù, accennato in LUCA, indica l'uscita da GERICO e l'avvicinarsi a GERUSALEMME.
GERICO richiama alla epopea vittoriosa di GIOSUE', che apre la strada verso la Terra Promessa. Nella parabola, indica l'avvenuto raggiungimento della maturita spirituale della folla cui predica Gesu.
L'avvicinarsi a Gerusalemme, superata Gerico, indica l'aspettativa del Regno Messianico - Apocalisse-.
IL TALENTO, O MINA, rappresenta il livello di spiritualità, o meglio, di religiosità dei rispettivi servi.
IL BUIO indica una pena del contrappasso, ovvero un luogo di vuoto e inutilità - non distruzione, come il fuoco della Genna- che si contrappone alla PIENEZZA della Regno Messianico.
IL NUMERO DEI TALENTI O MINE, differisce nei tre Vangeli. Ha anch'esso un valore simbolico a secondo della impostazione dei Vangeli. Riassumendo: il DIECI RAPPRESENTA L'INTERVENTO DIVINO,IL CINQUE DELLO SPIRITO SANTO, IL QUATTRO DELLE POTENZE ANGELICHE.
IL MARTIRIO è il "chi ha dato riceverà ancora di più".
LA SEMINA rapprenta la LETTERA DELLE SCRITTURE.
Blog interessante in cui sono capitato per caso; dopo aver letto tutto ( o quasi) voglio aggiungere che l'attualità di questa parabola è nella paura del terzo servitore; paura di staccarsi dal dono ricevuto, paura di perdere l'unica cosa che sente di avere. In questa angoscia, perde il senso del valore degli oggetti, che va messo a frutto per il bene della comunità, e consente al talento che nasconde di diventare padrone della sua vita. E' una parabola sul consumismo
cari amici,
questa risposta è dedicata sopratutto a DEBORA ILLI che è rimasta perplessa di fronta alla logica dura e remunerativa della parabola.
Tranquilla Debora, il significato profondo di questa parabola è proprio l'opposto di quella logica remunerativa che sembrerebbe. E' una condanna, come vedremo, verso i conformisti che vedono la fede come un INVESTIMENTO SICURO PER LA SALVEZZA e non come servizio al prossimo.
In un certo senso, proprio all'opposto di quella logica remunerativa di capitalizzazione "spirituale" che Le E' STATA ATTRIBUITA ERRONAMENTE DA ALCUNI ECCESSI PROTESTANTI.
Può aiutare alla comprensione profonda il raffronto con la stessa parabola come descritta da LUCA, che aggiunge alcuni particolari.
Precisa che la parabola viene rivolta a una folla "che pensava che il Regno fosse vicino", ovvero la fine del mondo con la nuova Gerusalemme.
Dunque ci fa pensare ad un atteggiamento di chi, escludendo un futuro, cristallizza le proprie aspettative personali e religiose in una visione limitata e fine a se stessa.
La assenza provvisoria del Padrone, ovviamente, allude alla morte "temporanea" del Cristo.
Il suo ritorno nel richiedere i talenti, alla venuta del Regno.
Di fronte alla imminente Apocalisse, i conformisti credono di assicurarsi la salvezza attraverso un SENTIMENTO DI FEDE STERILE, direi, RASSICURANTE PER I PROPRI EGOISMI, se pure "egoismi proiettati nell'aldilà".
Il padrone RACCOGLIE DOVE NON HA SEMINATO proprio perchè la verità va ricercata fra le righe delle scritture, non ripetendone la lettera, e, sopratutto, la salvezza non può limitarsi alla RIPRODUZIONE MECCANICA di quelle aspettative che già diamo per scontato, sia pura a livello profondo e inconscio.
Il peccato del servo NON E' LA DEBOLEZZA -per cui in fondo ci fa pena.
E' la IPOCRISIA, solo che stavolta non si sostanzia in manifestazioni esteriori come quella dei Farisei; ma in un credo interiore, autoreferenziale e rivolto al auto-compiacimento.
Come vedi ... alla faccia della predestinazione e del capitalismo.
ciao Fabrizio,
ho cercato di trovare il nome del quadro del Giorgione con
quel magnifico volto di Cristo.
Hai idea di come si chiami il dipinto ?
grazie
Emanuele
mi sono imbattuto per caso nel Vostro blog, ricercando qualche spunto di riflessione sulla parabola dei talenti che stasera ho accennato a mio figlio, e letto prima della buonanotte, con l'intenzione di spiegare con semplicità dell'importanza che ognuno si impegni al massimo ogni giorno in ogni azione e faccia fruttare i talenti che il Signore gli ha voluto concedere, in rapporo alle proprie capacità (nel rispetto anche di chi non ha tali capacità e possibilità). Perdonate questo modesto contributo alla vostra discussione.
penso che la parabola sia molto corretta, se ci pensate bene si dice spesso che i soldi vanno dove ci sono altri soldi
Penso che se non ti dai da fare, non hai dei sogni da realizzare, non ci metti tutto il tuo impegno e non ti fermi alle prime difficoltà, potrai avere quel talento di cui si parla. Se vedi il tuo obbiettivo chiaro e limpido, devi solo provare come poterci riuscire ad avere quella cosa.
Di solito questo lo facciamo già, ma non ci rendiamo conto quando invece vorremmo decidere per qualcosa che che poco ci intriga allora tutto diventa difficile, lontano,inaccessibile per noi.
Invece è lì per tutti e non solo per pochi.
Nella vita ci sono delle regole che volenti o nolenti vanno rispettate.
Ognuno di noi nasce con una dote, la cosa difficile è capire quale è.
Non aver paura di rischiare di perdere ciò che si ha, solo così troveremo la nostra via.
Rileggendo la parabola in ottica psicologica, il focus del discorso non va sul numero di monete ricevute ma sull'investimento. Se pensiamo alle monete come una metafora delle proprie potenzialità (intelligenza, creatività, affetto, energia...), investire le potenzialità significa metterle a frutto. Quando i propri talenti vengono messi a frutto si moltiplicano. Facciamo 3 esempi: la competenza sociale (la capacità di intessere relazioni e di gestire i conflitti) se viene investita attivando relazioni, creando contatti, promuovendo iniziative... porta la persona ad essere sempre più competente ed efficace (moltiplicazione). Lo stesso per l'intelligenza, la memoria e le altre capacità cognitive: se studio, mi applico in qualche disciplina o hobby, avrò una memoria migliore, un'intelligenza fluida più potente etc. L'esempio più efficace penso sia quello dei muscoli: se li alleno ho un incremento della massa muscolare, se non investo le potenzialità del mio fisico, perdo anche il tono muscolare di base, fino all'atrofizzazione (chi è stato ingessato a lungo lo sa bene). E il caso di quello che perde tutto? Beh, a questo punto è chiaro: se non si sfruttano le proprie potenzialità, la mente si sclerotizza.
La parabola mette in luce anche una verità psicologica molto importante: la paura può paralizzare la nostra vita fino a farci perdere anche ciò che abbiamo, per paura del giudizio o di essere inadeguati, ad esempio, una persona può perdere le poche relazioni che ha, invece che incrementarle. Per paura del fallimento si può perdere anche la curiosità intellettuale e l'intraprendenza.
Non voglio ridurre il vangelo a un testo di psicologia, sia chiaro, ma come psicologo lo leggo in questa ottica. E mi sembra che offra ottimi spunti per capirci meglio. (Visto che il commento è uscito un po' lungo approfitto per inserirlo un po' modificato nel mio blog).
io penso che dobbiamo fare una riflessione diversa, se pensiamo ai talenti come monete e basta do ragione alla gran parte di voi e tutto ciò mi sconcerta, perchè bene o male anche il servo che pur avendo un solo talento, non l'ha perso ma conservato e quindi non sarebbe da condannare da parte mia, ma se per talenti alludiamo a virtù da esternare ad altre persone mi torna la parabola, colui che aveva 1 talento, non ha condiviso il suo valore con altri ma si è tenuto tutto per sè e questo è da condannare.
Sarà così?????
Contrariamente a quanto affermato da qualcuno, secondo me la meritocrazia c'entra eccome con questa parabola. Guai se non c'è la meritocrazia!
Vi invio un mio modesto punto di vista sulla parabola dei talenti intitolato "Ciò che l'uomo pensa di Dio".
Gesù, nel parlare delle cose che riguardano gli ultimi tempi, sin dal capitolo 24 del Vangelo di Matteo porta diversi esempi per aiutarci a capire come dobbiamo comportarci.L’ultimo, che precede la narrazione del giudizio finale, riguarda i tre servi che avevano ricevuto dal padrone dei talenti da far fruttare durante il periodo di assenza di quest’ultimo.Premesso che in questa meditazione non vogliamo far emergere il significato spirituale dei “talenti” né “il modo di farli fruttare” ma solo l’atteggiamento mentale pericoloso che noi servi potremmo avere verso il nostro Signore, leggendo la parabola di cui sopra, si evidenzia immediatamente l’ardire e la sfrontatezza del servo che aveva ricevuto un solo talento.Egli, nel dire al proprio padrone “Signore, io sapevo che tu sei uomo duro, che mieti dove non hai seminato, e raccogli dove non hai sparso”, rivela, con animo superbo ed irriconoscente,. il suo concetto del padrone.Forse, sin da quando aveva ricevuto un solo talento, nella sua superbia, si era sentito offeso, perché aveva pensato che il padrone lo riteneva meno capace degli altri.Poi, nella sua irriconoscenza, non tentò nemmeno di trafficare il talento, infatti, senza pensarci, lo sotterrò immediatamente (aveva già premeditato la propria cattiva azione!)Consideriamo ancora che quella persona era un servo e non uno schiavo, cioè una persona che viveva dei proventi del suo servizio al padrone e per questo avrebbe dovuto essergli riconoscente.L’irriconoscenza e l’orgoglio non portano mai nel cuore dell’uomo amore ma odio, risentimento e vendetta: nel cuore di quel servo troviamo quest’ultimo sentimento che lo porta a non far nulla per il padrone cercando, con questo suo disinteressamento, la propria rivincita.Il servo non servì ed un servo che non serve a che giova? Ora guardiamo agli effetti del suo agire, conseguenza del suo modo di concepire la personalità del suo padrone.La risposta, giuntagli dal padrone, mette subito in luce quello che c’era nel profondo del suo cuore. “Servo malvagio ed infingardo, …” ecco, due aggettivi, “malvagio” ed “infingardo”, che ben definiscono il servo. Sappiamo che l’infingardo è colui che evita ogni fatica per pigrizia, ma quel servo, anche senza faticare avrebbe potuto far fruttare il talento portandolo ai banchieri ed è proprio il non averlo fatto che sottolinea la propria malvagità.Definendolo in tal modo, il padrone gli dimostra di conoscerlo bene e con le parole successive porta alla luce l’intenzione malvagia del servo che progettava di non procurargli alcun utile:“ … tu sapevi ch'io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; dovevi dunque portare il mio danaro dai banchieri; e al mio ritorno, avrei ritirato il mio con interesse”. Naturalmente il dire del padrone “tu sapevi ch'io mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso” non significa che egli era veramente così ma sottolinea la stupidità del servo che non agì saggiamente anche nel caso lo fosse stato.Il padrone ben conosceva l’incapacità di quel servo, infatti, è scritto che egli distribuì i suoi talenti a ciascuno secondo la sua capacità”(ved. vers. 15). Alla fine della parabola il servo riceve la sua giusta punizione.Disse il padrone:“Toglietegli dunque il talento, e datelo a colui che ha i dieci talenti.Poiché a chiunque ha sarà dato, ed egli sovrabbonderà; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.E quel servitore disutile, gettatelo nelle tenebre di fuori. Ivi sarà il pianto e lo stridor dei denti.” Ora meditiamo.Tutto nasce dal modo di pensare di quel servo.Per il fatto di aver ricevuto un solo talento (meno degli altri due servi) egli non pensa che il padrone lo aveva ben valutato e non voleva affidargli un compito superiore alle sue forze ma che:
secondo me la giusta interpretazione e' questa:
Il signore ci ha dato dei doni.. ha chi piu a chi meno, ovvero il dono della predicazione , il dono del canto , ma sopratutto il dono della salvezza..
Questi doni il signore qui li chiama talenti nella parabola .
E' da premettere che il signore parlava con parabole affinche chi aveva una formazione piu ampia tipo i farisei non capissero mentre chi invece si poneva con spirito umile riguardo alle scritture lo SPIRITO di DIO avrebbe parlato e rivelato ogni senso nascosto.
Tornando alla parabola questa si ricollega ad una altra parabola che e' quella della vigna ;
In entrambe le parabole il signore vuol far capire che la salvezza e' stata data per grazia quindi tutto quello che abbiamo ci e' stato donato dal padre nostro senza meritarlo quindi dopo averlo ricevuto bisogna che il nostro talento sia investito nel mondo facendo arrivare il buon messaggio di salvezza a tutte le genti divenendo una luce nel mondo.
Chi invece terra' quello che sa per se impedendo che altre anime si uniscano al gruppo degl'eletti sara'estromesso anche di quello che aveva ovvero della chiamata che il signore gli aveva riservato infatti molti sono i chiamati ma pochi gli eletti e chi non 'LAVORA' per amore del prossimo non ha capito il messaggio del signore ovvero amarsi gl'uni gl'altri e ama il tuo nemico come te stesso .
"queto", "stupenso" ed altri "gaps dattilo": scusate. //ma.."chi ha talento deve farlo fruttare e deve dimostrare l'uomo cosa è capace di fare per volere di Dio...", e leggo anche: "..."se vasco rossi non cantasse... ecco Dio si arrabbierebbe perchè non fa fruttare il talento ricevuto... ".1) "Far fruttare". Ma non dpende, penso, soltanto dall'individuo, perche' non sempre la vita da la possibilità di scoprire cio' che possiamo fare; 2) Siamo sicuri che..Dio si arrabbia? O...Dio è talmente grande che, quali che siano le nostre debolezze-anche di volontà- ci accetta comunque, senza..adirarsi? Io penso che si debba riflettere un po' sul cosiddetto "dio punitivo": io non credo che esista un "castigo" come noi lo intendiamo..perche' .. la vita è un cammino e la "punizione" ci viene magari da una "legge causa -effetto" per cui siamo NOI a castigarci e non Dio che, magari, "permette" che sbagliamo, *se ne dispiace e..ci lascia camminare-"sarai errante, finche' la verità non sarà entrata in te"...dal film "L'ebreo errante"-. *ma..non è il "cammino" tra "causa", "effetto", "esperienze di crescita"..un concetto troppo "orientale"? *Io non sono budhista, ne' credo nella reincarnazione. Sono cattolico ma..e se la filosofia orientale....non avesse tutti i torti??? Ciao.
Marghian
Ciao."I talenti": la parabola piu' bella. Sul piano trascendente, essa ci insegna che Dio ci accetta "cosi' come siamo" (fai cio che puoi fare). E sul piano materiale -addirittura se Dio..non esistesse?- Insegnamento stupenso! Si, perche', se messa in pratica, si avrebbe una società piu' giusta: il debole sarebbe "alla pari " del "forte", il malato alla pari del sano, e lo "straniero" alla pari ...di noi nativi italiano o che. *Ecco perche', amici, "la parabola piu' bella": i "talenti".
L'insegnamento di Gesu' ha una valenza non soltanto mistica ma concreta. Io sono credente....ma "i talenti", come "figliol prodigo" o altre sono esempi di saggezza anche sul piano sociale..*Se vengono da un DIO..ancor di piu'.
Ma...riusciamo noi, nella vita umana e sociale, a mettere in pratica tali insegmamenti? * Disse u mio amico, molto credente: "Il vangelo è troppo perfetto, non puo' essere roba umana..è troppo perfetto..". Io, un po' piu' "agnostico"-credente ma...non nel modo "tradizionale"- gli dissi: "vero" siate perfetti come..."- ma è un messaggio, il vangelo, diretto al'uomo: è queto che mi mette paura: che uso ne faremo?
Marghian
Mauro si fa riferimento ai talenti quali beni affidati dal signore a ciascun uomo... chi ha talento devo farlo fruttare e deve dimostrare l'uomo cosa è capace di fare per volere di Dio... resta ovvio il fatto che se l'uomo conserva il proprio talento senza farlo fruttare vuoldire che non fa la volontà di dio... vado per intuizione perchè è una delle prime parabole che leggo e neanche in religione sono molto ferrato... immagina un po' se vasco rossi non cantasse... ecco Dio si arrabbierebbe perchè non fa fruttare il talento ricevuto...
non ho detto ke è sbagliata, è aspra rispetto alle altre
Perchè questa parabola spaventa tanto? Dov'è la durezza, l'asprezza, la cattiveria? Secondo me, contiene invece un messaggio meraviglioso e la promessa di una vita futura. Che consiglio dovrebbe dare un buon Padre? Fai come ti pare, pensa solo a te stesso e ti premio anche?! Bell'insegnamento!!
è senz'altro una parabola dura, aspra, indicata a spingere il cristiano che la legge a impegnarsi nella vita e a lavorare sodo, aggiungerei che è cattiva oltremodo verso l'individuo meno capace
Il capitalismo, la meritocrazia, ecc. , non c'entrano nulla: non si sta parlando di "ricchezza materiale" ma di quella "spirituale". In tal senso va letta anche la frase finale:"Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha".
La parabola contiene un messaggio profondo e importante che riguarda l'indirizzo da dare alla nostra vita: mettere a frutto i talenti (i doni) che abbiamo ricevuto. E contiene anche una promessa: chi segue questo indirizzo, non solo riceverà "in abbondanza", ma otterrà un dono enorme: "il regno dei cieli". Far fruttare i propri talenti, significa mettersi in gioco nella vita, aprirsi e donarsi agli altri. Se poco abbiamo ricevuto e quel poco, invece di farlo fruttare, ce lo teniamo per noi (leggasi: egoismo) perchè dovremmo essere premiati?
Il Padrone (Dio) dona ai suoi servi (noi tutti) dei talenti (la parola del Vangelo). Al suo ritorno chiede conto dei talenti e qui si evidenziano due tipi di comportamento: il servo che ha fatto fruttificare i talenti (è colui che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica, è colui che ha capito chi è Dio, si fida di lui, non ha paura e spende la propria vita per obbedire alla volontà di Dio); il servo che invece di investire il bene ricevuto perchè potesse fruttificare lo nasconde per paura di perderlo (è colui che non ha ancora capito chi è Dio, non si fida, ha un'mmagine sbagliata, ha paura). E allora il Padrone dice: a te servo che hai fatto rendere quello che ai ricevuto io ti farò prendere parte alla gioia del tuo padrone e a te servo che non hai reso nulla sarà tolto anche il poco che hai perchè: a chi ha sarà dato e sarà nell'abbondanza e a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha (chi fa fruttificare la parola di Dio sarà partecipe del regno di Dio, mentre chi al contrario rimane titubante, chi ha paura di investire la propria vita per il Vangelo sarà tolco anche il poco che ha ricevuto). In un'altra parabola Gesù dice: "chi vorrà salvare la sua vita la perderà ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio la salverà".
Approfondire Meritorcrazia, fiscalità monetaria, signoraggio. Grazie
Nicola
Talvolta la meritocrazia viene confusa con la plutocrazia. Forse al tempo di Gesù la plutocrazia rinnegava totalmente la meritocrazia, come oggi, i sistemi marxisti ignorano volutamente ogni merito riferito alle capacità personali.
Disinteressatamente, saluti. Nicola Brancaccio
Per me questa e' la parabola piu' bella che conosca. Racchiude il senso intimo della vita. Come tutte le parabole, anche questa e' da interpretare ognuno con la propria sensibilita', perche' "chi deve vedere veda, chi deve sentire senta ...".
Io ho un amico al quale e' stato offerto un nuovo lavoro. E' il lavoro che ha sempre desiderato e che gli permette appieno di esprimere la sua creativita'. Il problema e' che questo lavoro gli e' stato offerto solo x i prossimi 3 anni e lui dovrebbe lasciare quello vecchio che e' a tempo indeterminato ma che non gli piace perche' al contrario dell'altro non gli permette di mettere al servizio degli altri il proprio talento. Ha paura di scegliere, perche' adesso ha 40 anni ed e' sposato. Gli ho appena mandato questa parabola senza spiegargli il perche'. Aspetto di sapere cosa il Signore gli fara' "sentire".
Inoltre voglio segnalarvi una persona che seconso me ha capito appieno il senso della parabola. E' Randy Pausch, morto ieri di tumore dopo aver amato la vita fino alla fine:
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=278832&START=0&2col=
Per me questa parabola e' la principale fonte di ispirazione nella mia vita... che tutti noi impariamo a vivere appieno i doni che la vita ci fa, senza paura.
concordo con paolo,ad ognuno di noi DIO ha dato un dono ,chi è piu bravo e capace a fare una cosa e chi altro ,non tutti riceviamo lo stesso dono,ma questo dono dobbiamo metterlo a disposizione degli altri e non conservarlo egoisticamente...
mp
Dio ci ha dato delle qualità (non a caso si chiamano talenti)...AD OGNUNO I SUOI...siamo chiamati a metterli a frutto a seconda delle nostre possibilità...tutto qui... hai ricevuto anche un solo talento? usalo come meglio puoi e fai bene!! è semplice la parabola
Non tutti sono capaci di far fruttare i bni avuti. Non tutti vogliono conoscere e amare il benessere che Dio dà.
A chi aveva, meno restò perché non seppe meritare di conservare il dono di Dio.
Aggiungo al messaggio precedente anche questo altro esempio di talento rifiutato e dato ad un altro:
Esaù barattò x un piatto di lenticchie la primogenitura e fu data a suo fratello Giacobbe.
Capiamo meglio la parabola:
Un padrone diede ai suoi servi, prima di partire, diversi talenti, a ciascuno secondo la sua abilità. A chi 5 d’argento, a chi 2 d’argento e a chi 1 d’oro.
I primi 2 servi negoziarono i loro talenti e li raddoppiarono.
Si industriarono x farli raddoppiare.
Li usarono x l’utile del proprio padrone.
L’ultimo, in realtà aveva ricevuto + di tutti perché il suo era 1 talento d’oro.
Ma questo servo fu preso dalla paura di nn saper fare, dei ladri, x cui nascose il tesoro in 1 buca.
Il padrone aveva avuto fiducia di questo suo servo, anche più degli altri. Questo servo, temendo di sminuire questo tesoro, lo nascose, nn fidandosi di nessuno, neppure di se stesso, lo sotterrò.
Ma il padrone si indignò xk quel servo nn lo aveva amato xk aveva lasciato inerte il dono.
Quel servo aveva tradito la stima posta in lui.
.................................
Il suo talento fu dato a chi ne aveva 10 xk:
A chi ha e, su quanto ha, lavora, sarà dato + ancora fino all’abbandanza.
A chi nn ha, xk nn volle avere, sarà tolto anche quello che gli fu dato.
A chi più aveva meno restò xk nn seppe meritare di conservare il dono di Dio.
………………………..
spiegazione della parabola:
Molti discepoli di Gesù potrebbero avere così poco da negoziare, rispetto a chi, ascoltando Gesù x accidente , può giungere ad avere il talento d’oro e i frutti dello stesso anche, che verrà levato ad 1 dei + beneficati.
Infinite sono le sorprese del Signore, xk infinite sono le reazioni dell’uomo.
Dio toglie quindi i suoi tesori, doni, beni ad 1 xsona x darli ad 1 altra xk la sua gloria nn sia offesa, né sminuita.
Dio vuole nel Creato 1 tutto armonico.
Ha dei progetti e intende realizzarli.
Le Scritture parlano chiaro al riguardo:
E ancora:
Tutto questo xk il piano di Dio giunga a compimento , xk i suoi doni devono dar frutto, e se 1 nn vuole cooperare, Dio toglie e riequilibria dandoli a chi ne vuol essere degno di riceverli.
Be' io credo che il significato fondamentale sia abbastanza semplice : ad ognuno di noi vengono date delle capacità e la nostra missione è di esprimerle ed utilizzarle per aiutare gli altri, pe renderli felici, per farli sorridere.
E' vero che nella nostra società, solo a pochi viene dato il privilegio di esprimersi, soprattutto in campo artistico ( ma non solo!)...quindi, alla fine se uno crede di avere un talento deve cercare in tutti i modi di esprimerlo, se poi non ci riesce , pazienza...certo, se non ci prova nemmeno!!!! E' un altro conto! Su questo il padrone ( Dio ) si indigna : ti ho dato delle capacità e tu non hai neanche provato ad esprimerle, a farle fruttare!
Mi piace molto questa parabola
Articolodi Ezio Savino del 3-12-2007 tratto dalla pagina
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=224831#/a.pic1?ID=224831
"Ma senza un metodo resteremmo tutti al buio"
Da nonno entusiasta di gemelline sui tre anni, mi preparo alla
bordata di domande, di cui già accuso i prodromi: «perché il sole va a
nanna? perché la luna sta attaccata al cielo?». Pedagogia alla buona,
la mia, domestica, collaterale, intendiamoci, ma non ne sottovaluto
l'impatto formativo. Quando verrò interpellato su come è partito lo
strepitoso macchinario del mondo, non farò il soffietto a Darwin,
raccontando che lo scimpanzé è il nonno di tutti noi (Darwin stesso
non l'ha fatto, l'efficace semplificazione è del reverendo Samuel
Wilbeforce, 1860, il primo furibondo detrattore). Ma non getterò,
insieme all'acqua sporca, anche il bambino. Che in questo caso, a
parer mio, è costituito da un paio di idee forti che puntellano
l'edificio spericolato del cosiddetto darwinismo.
La prima è che se siamo qui a discutere di queste ricche questioni, è
anche perché un progresso (chiamiamolo pure evoluzione) c'è stato. E
nulla è positivo quanto il sentimento del passo avanti, del
migliorare. Quattro decenni d'insegnamento mi stampano dentro il credo
(corroborato da uno specialista come il latino Quintiliano) che far
luce sulle forze innovatrici agenti in ogni campo, storia,
letteratura, pensiero, vicenda biologica, sia la molla più energica
per stimolare all'indagine critica, all'apprezzamento del sapere, alla
costruzione di un'ossatura intellettuale. Gli storici collocano Darwin
e le sue ipotesi in un'epoca elettrizzata dal senso dell'avanzamento
positivo, quando le scoperte di Maxwell, di Pasteur, di Mendel, le
teorie di Comte e Spenser irrobustirono la fiducia che se questo non
era il migliore dei mondi possibili, c'era però qualche speranza di
sconfiggere gli spettri e gli incubi di sempre. Seguirono gli egoismi
immani dei mercanti, le ingordigie coloniali delle nazioni, il secolo
delle carneficine, ma l'uomo che circumnavigò il globo sulla Beagle,
naturalista «senza paga», voleva solo vederci chiaro negli ingranaggi
della natura, non fu un artefice complice di orrori.
Nel concepire la mole cosmica come determinato (e, forse, consapevole)
laboratorio di incessanti selezioni migliorative, Darwin era in buona
compagnia. I presocratici ellenici già descrivevano la vicenda come un
colossale trasformarsi dal caos all'ordine, fossero elementi
primordiali che stringevano patti e ingaggiavano guerre, o atomi
infiniti che turbinavano in base a occulti disegni. Il suo compagno di
tomba, a Westminster, Isaac Newton, dimostrò che nell'apparente
vaghezza della multiformità una regola vigeva, e che la mente umana,
grazie alla suprema disciplina, la matematica, era abile a calcolarla,
a dominarla. «Ho un ardente desiderio di contribuire alla nobile
struttura della scienza naturale» scrisse il ricercatore nella sua
Autobiografia.
E qui, nel termine «struttura», scorgo il secondo pregevole pilastro.
Intelaiare il sapere, raccordare le mappe sparpagliate di un percorso,
cercare con passione ciò che unisce, per disperdere il pulviscolo
della confusa divisione: ecco il sistema, ciò che dà senso compiuto
alla ricerca, nelle varie aree della cultura. Darwin riconobbe
nell'evoluzione selettiva il filo, e lo seguì con pia ferocia. Eliminò
il Creatore, attirandosi il biasimo di ateo. Laico sarebbe forse
l'attributo più conforme. Nella natura darwiniana prevale il migliore,
chi sfrutta le doti. Ma anche nel Vangelo (Matteo, 25, 14-29),
parabola dei talenti, accantonare i doni è il peccato più grave.
--
La Parabola dei Talenti (Matteo, 25, 14-29)
sara' scorrettamente laica, laicista, eretica o cos'altro ?
Marcus Prometheus
A me piace questa parabola, secondo me intende unicamente dimostrare che è giusto che chi si impegna ottenga di più rispetto a chi non lo fa, concetto valido per ogni epoca.
Ciao a tutti, io credo che i "talenti" non rappresentino alcun particolare dono di cui avete fin d'ora parlato. Secondo me non si tratta nè di amore, nè di fede, nè tanto meno di qualcosa che Dio ci donerebbe in maniera così diversa l'un l'altro: siamo tutti uguali e quindi non vedo perchè dare, a priori, di più ad uno e di meno ad un altro "servo", non vedo la possibilità di parlare di difetti o di pregi (quindi concordo con chi sostiene che la cosa importante non è la quantità di talenti ricevuti ma il fatto che bisognasse usarli/investirli). Quello che voglio dire e in cui credo è che se ai "Talenti" sostituiamo la parola "vita", ci apparirà tutto più chiaro. Sotto questa nuova luce la Vita non è vista solo come qualcosa di meraviglioso che Dio ci ha donato al tempo della genesi, ma anche come la capacità di dare la Vita e voglio sottolineare che questo è un dono che hanno tutti gli essere viventi. In questa azione di poter donare anche noi la vita, diventiamo come lui, godiamo del suo status ed infatti rivolgendosi ai servi "bravi" dice: "prendi parte alla gioia del tuo padrone". Inoltre riprendendo la frase sconvolgente "sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso" non apparirebbe più così terribile, visto che Dio ha donato la vita al primo uomo e alla prima donna (o al primo essere vivente in assoluto) e la capacità di donare la vita ci è stata data a tutti. Quindi ognuno di noi è frutto "dell'investimento dei talenti" dei propri avi. Dio raccoglie anche noi nell'al di là, miete chi non ha seminato...
Innanzitutto mi complimento con ciascuno di voi.Tutte le vostre riflessioni, anche quelle apparentemente meno usuali,racchiudono una certa logicità e un certo buon senso che al giorno d'oggi non sono così comuni.Un mio amico mi ha esposto un'interpretazione dalui ritenuta, apologeticamente parlando,la più "sostanziale";ed è questa : i talenti corrispondono alla "specializzazione in "dottrina della salvezza", non in senso intellettuale ma in senso "esperienziale" di spiritualità.Così ai 10 corrispondono i dottori della chiesa;ai 4 magari i santi pastori o quelli che in qualche modo hanno, con la loro vita, contribuito a svelarne alcuni aspetti; mentre il semplice talento corrisponde a chi ha capito che per avere la vita eterna bisogna lasciarsi salvare da Gesù.A me inquieta un pochino: d'accordo che c'è gioia piena anche senza i 5 talenti,ma allora perchè e con che criterio Dio fa questa preferenza
Salve,concordo con Rebeccah. Ognuno di noi ha dei "talenti" e d e' nostro dovere farli fruttare per noi stessi e per gli altri.Nella parabola pero' non viene scritto che succede ad un ipotetico servo che perde tutto cercando di far fruttare i talenti.Investendo i talenti magari non si diventa "ricchi",ma si aquisiscono le capacita' per poterlo essere perche' da eventuali errori si puo' trarre insegnamento.
Le parabole sono sempre simboliche, la durezza del registro linguistico utilizzato non deve impressionare, è in linea con i tempi di allora. Riguardo al senso del racconto sono daccordo con chi interpreta il messaggio in senso propositivo e non vendicativo: ognuno di noi rappresenta un diverso aspetto della divinità, impedire alla nostra unicità di fiorire per il timore della disapprovazione sociale o della propria pigrizia, è un suicidio. Potevamo essere piante o sassi se il nostro compito si limitasse ad esistere soltanto. Un bacio a tutti.
Perchè no ?
registriamo anche questa interpretazione alla Yunus.
F.
Se una parabola ha almeno mille risvolti e mille implicazioni, perchè non può essere che anche il denaro vada moltiplicato?
Perchè la possibilità di incontrare una splendida donna dovrebbe venire da Dio, e quella di avere onestamente un solido conto in banca?
Non è forse questa una "deriva" dovuta ad una certa influenza "comunista" che si è insinuata nella società per contrastare gli eccessi del lusso e dello spreco?
Qualcuno trae disonestamente le proprie risorse, trasformando anche l'amore in violenza o vil denaro.
Ma qualcun altro, riconoscendo che nulla è suo, neanche il denaro, il conto in banca o la casa dove vive, è sempre pronto a compartecipare dei propri beni con chi ne ha più di bisogno.
L'esempio negativo di chi ha trasformato il mezzo in fine, in questo caso di chi ha dimenticato che avere più denaro comporta avere più responsabilità e non più potere per meglio imporre la propria opinione, è una giustificazione valida per non applicare questa parabola anche al denaro?
Certo ridurre la parabola all'esempio della Fede, la rende più comprensibile... ma perchè interpretarla unicamente in questo senso?
Se diventasse un problema morale quello di riconoscere che anche il denaro non è posseduto dall'uomo ma da Dio, e dunque bisogna adoperarlo a beneficio dell'Umanità anzichè ad esclusivo proprio beneficio non sarebbe un passo in avanti?
Bisogna farlo fruttare.... Certo per farlo fruttare non si intende ne sperperarlo ne nasconderlo dentro un cassetto. Quel che è stato dato va dunque investito e nel migliore dei modi.
O sbaglio?
Caro Walter,
la tua interpretazione è sottile, e piuttosto convincente, anche se - come è ovvio - non può esaurire i mille risvolti e le mille implicazioni di quella che giustamente definisci una parabola bellissima - forse la più enigmatica e rovente di tutto il Vangelo, per le nostre vite.
Spero davvero che l'interpretazione del 'padrone che raccoglie dove non ha seminato' sia quella che tu indichi, e che va nel senso di quel Padre veramente Misericordioso (e non solo vendicativo e a volte terribile dell'Antico Testamento) che il Nuovo Testamento ci ha annunciato.
Vienici a trovare più spesso anche in post più recenti.
Fabrizio.
è vero che questa parabola cambia significato a seconda di cosa si sostituisce al posto dei talenti, ma l'inizio è chiari: il padrone affida ai servi i SUOI beni, beni che poi gli devono essere restituiti: cosa è che viene (e poi torna) da Dio? I soldi? Il potere? Le ricchezze? Il successo? Certamente no! Sono di sicuro L'Amore e la Fede!
Per cui chi ha ricevuto Fede e Amore e genera nuovo Fede e Amore viene ricompensato (e non ha certo vissuto male per fare ciò!) mentre chi ha paura di questo Dono e lo nasconde agli occhi degli altri, sottoterra vive la vita che lui stesso si è scelto: paura e desolazione.
Dio quindi non premia o punisce: consegna agli uomini la vita che noi stessi ci siamo scelti! Hai avuto fede in Dio? bene, vivrai una vita nell'amore e nella gioia. Hai avuto paura di Dio e hai nascosto il suo amore? Bene, avrai quello cha hai voluto, una vita di paura e disperazione.
Questa parabola in realtà è bellissima, ci dice di confidare nei doni di dio che, se sfruttati, generano nuovo amore e fede e di non nasconderci a Lui a non aver paura di lui.
Inoltre il padrone raccoglie dove non ha seminato, quindi non dobbiamo preoccuparci di un eventuale nostro fallimento, lui saprà tirare fuori il buono anche da li (infatti tutti i servi che hanno investiti, hanno fruttato tutti!) Di cosa dobbiamo preoccuparci?
Ok, grazie dell'invito
Passerò di qui ancora.
Svolgimento un po' rude... ma tutto sommato convincente.
Raptus, se ti viene un altro raptus vieni a trovarci in qualche post più recente, cliccando sulla home del blog.
Ciao, F.
A me invece sta parabola, assieme a quella delle dieci mine, che poi è quasi uguale, m'è sempre sembrata molto razionale.
Se dovessi far amministrare dei mie beni a qualcuno, con che cirterio lo scelgo?
Poi così il padrone mette anche alla prova i suoi 'dipendenti', chi non è capace lo sbatte fuori, come è giuso nei confronti di chi invece è bravo.
Infine la giustificazione addotta dal servo delle dieci mine, "Signore, ecco la tua mina, che ho tenuta nascosta in un fazzoletto, perché ho avuto paura di te che sei uomo duro; tu prendi quello che non hai depositato.." è proprio ridicola. Proprio perché lui sapeva che il padrone non gli aveva dato una mina per tenerla lì a fare niente, lui invece l'ha tenuta lì senza farla fruttare, in un fazzoletto. Il servo è sfacciato, "tu prendi quello che non hai depositato", cioè gli dà del ladro al padrone. Certo, se uno ti fa un prestito perché poi tu glielo restituisci tale e quale, allora tanto vale che quei soldi se li tenga in tasca da solo, o no?. E infatti il padrone poi gli risponde per le rime: "..tu sapevi che io sono uomo duro, che prendo quello che non ho depositato..", appunto gli interessi, "...perché non hai messo il mio denaro in banca, ed io al mio ritorno lo avrei riscosso con l' interesse". Tradotto: "sei proprio un idiota."
Sì, Cinzia, quello che si capisce è che il Signore non vuole che noi rendiamo semplicemente quello che ci ha dato (le dinamiche celesti a quanto pare sono diverse da quelle umane), ma vuole che il 'seme' sia fatto fruttare.
Insomma, non stiamo qui a penare sulla terra invano..
F.
Forse, "Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso", potrebbe significare che Dio ossreva e giudica anche chi non è cristiano,in fondo il metro di giudizio è l'amore ed è universale.Le situazioni sono diverse ( numero dei talenti),ma ciascuno di noi è chiamato a coltivare questo amore in qualsiasi situazione si trovi
E' esattamente la riflessione che ho fatto anche io: quelle parole, se lette nel loro senso 'letterale' sembrano una enorme ingiustizia.
Ma forse bisogna sforzarsi di intepretarle nel giusto modo...
F.
La mia riflessione invece è riferita alla frase "Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso", che mi lascia alquanto inquieto poichè costui miete dove nn ha seminato e raccoglie dove non ha sparso, quindi potrebbe interpretarsi egli sia sfruttatore di servi oppure che sia addirittura un "ladro" che coglie i frutti del lavoro altrui.
E' così che la intendo io. Poi, sulle libere interpretazioni dei pastori, durante la domenica, forse è meglio certe volte sorvolare...
F.
Ho assistito ad una predicazione evangelistica,dove per frutto di quei talenti si intendeva le persone portate in quella chiesa ,che non si dovevano raddoppiare ,ma moltiplicare,e si faceva credere che ,se una persona non porta persone ,è come quel servo che ha sotterrato il talento.
Io credo che noi dobbiamo essere amministratori dei doni che il Signore ci da',e rischiare anche la nostra vita per la giustizia ,perchè chi avrà perso la sua vita per la giustizia ,la ritroverà nei cieli in eterno.
E' una delle ipotesi possibili, certo, soprattutto considerando come tu dici l'eredità vetero-testamentaria del Cristianesimo. Però certo se così fosse, il senso della parabola sarebbe assai severo...
F.
...e se per talenti ci si riferisse alle qualità e ai difetti con cui si nasce? Ci si dimentica troppo spesso che i testi sono di provenienza ebraica e che loro hanno la Cabala...
Proviamo a rifletterci...
Saluti
M.
Bella domanda. E' quello che in teologia si chiama: Mysterium Iniquitatis.
Ed è, appunto, un Mistero.
Ma anche qui, credo che i talenti non si riferiscono alle 'capacità personali', o alla 'fortuna individuale'. Credo appunto che i talenti si riferiscano alla Fede, che appunto a ciascuno viene data secondo le sue capacità (la sua anima ?). E poi sta a ciascuno esercitarla, approfondirla, farla fruttare.
F.
Molto interessanti i commenti su questo post. Io condivido Mauro: la durezza del Signore nei confronti di chi rinuncia mi pare spropositata, e allora nei confronti di chi si fosse "mangiato" i/il talenti/o? E comunque c'è un'altra cosa sui cui si dovrebbe riflettere: perchè i talenti (qualunque cosa siano) ... vengono dati "ciscuno secondo le sue capacità" e non a tutti e tre gli stessi??
Grazie anche a Paola. Il suo richiamo mi sembra molto interessante. I talenti interiori... mi sembra che davvero abbia colto nel segno.
F.
Beh, io credo che sull'uomo ilico di Debora dovremo tornare... f.
Per me questa è una parabola attualissima. Molta gente, forse anche fraintendendone il senso, crede di essere cristiana facendo fruttare i talenti materiali (tanto lo dice pure Gesù!!!). Io penso che oggi la chiesa dovrebbe essere più dura, come lo fu Gesù, nel richiamare i cristiani a far fruttare i propri talenti interiori. E' proprio questa forza interiore che manca oggi agli uomini ... e purtroppo se ne vedono le conseguenze.
Secondo gli gnostici i tre servi rappresentano l'uomo pneumatico, l'uomo psichico e l'uomo ilico, tre gradini sulla via della conoscenza. L'uomo ilico seppellisce il proprio talento, non ritenendosi in grado di "farlo fiorire" o rimandando la ricerca della conoscenza a momenti successivi. Lo lascia nascosto al buio.
Comunque, a me la parabola non piace... troppo capitalista! ;)
Anche a me, Mauro, intendiamoci, questo Padrone così severo spaventa, eccome...
F.
Le vostre interpretazioni sono senz'altro interessanti e giuste. Danno alla parabola una lettura piu` coerente col messaggio di Gesu`.
Continuo pero` a ritenerla troppo dura. Dio (il padrone) sembra quasi quello terribile della Bibbia e non quello nuovo e piu` "buono e misericordioso" presentato in altre parabole da Gesu`.
Allora: sono contento di aver scatenato questo piccolo dibattito, che ritengo molto utile e interessante assai. Io penso, per rispondere a Mauro, e anche a tutti gli altri post, che molto dipenda da cosa noi decidiamo di mettere al posto di quella parola, e cioè 'talenti'. Come in ogni parabola, infatti Gesù utilizza parole che sono 'simboli', che cioè parlano per metafora, rimandano a qualche cosa di altro.
Allora: che cosa vuol dire Gesù ? Che cosa significa, a cosa rimanda questo 'talento' che Dio(non c'è dubbio che sia lui il Padrone)affida ai tre servi (cioè a noi viventi?). Molto, anzi tutto dipende da questo. Cosa sono i 'talenti' ? La fede ? La Parola ? La fortuna ? Il destino ? L'amore ?
Il significato della parabola cambia totalmente a seconda di quale significato attribuiamo a quella parola.
F.
P.s. per philos: il ritratto del volto di Gesù è del Giorgione. Che mi sembra sublime.
p.s. per Fabrizio: di chi è quel magnifico volto di Cristo che hai messo nel post di oggi?
sì, sono d'accordo con philos che l'avere (come sempre nei vangeli) si riferisca alla sfera spirituale; inoltre il padrone non pretende da tutti lo stesso risultato, non giudica dalla quantità dei talenti guadagnati ma dal coraggio e dall'impegno che sono stati messi per guadagnarli. Il tono è certamente molto duro e un pò sconcertante ma spessissimo Gesù parla con toni bruschi e sbrigativi...anche quando deve dire cose più "carine" non è mai molto prolisso, non si abbandona ad effusioni e lunghe spiegazioni ma è molto sintetico e incisivo.. Potrebbe anche darsi che fosse un tipo di linguaggio normale all'epoca...
ciao Carlotta, ciao Mauro...mi sembra che Carlotta ed io siamo abbastanza in sintonia - non è la prima volta :)) -nell'interpretare questa parabola; penso, Mauro, che forse quell' AVERE possa riferirsi a qualcosa di spirituale, appunto 'avere amore' e darsi da fare per moltiplicarlo...d'altra parte il tono del padrone è veramente severo, ma forse soltanto per essere maggiormente incisivo, un po' come quando Gesù davanti al Tempio butta tutto per aria e pronuncia parole dure come pietre
ho la sensazione che gli gnostici saprebbero dare una buona risposta... io, per parte mia, non oso!
Il tono del rimprovero del padrone e` duro, cinico. Non e` il tono del buon padrone che coglie l'occasione dell'errore del servo per insegnare a non sbagliare piu`, a non essere fannullone. E poi la frase "Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha". Non c'entra nulla con il fatto di essere fannullone o meno. Perche` se il concetto e` "chi ha avra`" come ben sappiamo, si puo` avere anche per fortuna di nascita e non per la propria intraprendenza. Quindi, per me, rimane una parabola non in sintonia con il messaggio cristiano. Non potrebbe essere che il pensiero di Gesu` sia stato mal riportato?
al contrario di mauro penso che sia una bella parabola... piuttosto un pò ostica e in apparenza effettivamente contraddittoria con il messaggio cristiano. Credo che il padrone punisca il servo appunto perché è stato "fannullone" ovvero non ha cercato di far fruttare il talento che aveva ricevuto. Il senso cristiano penso sia proprio in questo: ciò che riceviamo da Dio, i nostri specifici "talenti" devono essere investiti, rischiati, incrementati e non tenuti stretti o sotterrati. La vita secondo il vangelo è concepita appunto come dono che deve a sua volta essere donato, speso per gli altri.
In questo senso la parabola dei talenti si riallaccia alle parole di Gesù: "chi vorrà salvare la sua vita la perderà ma chi avrà perduto la propria vita per amor mio la salverà".
sì, decisamente non è una parabola tranquillizzante...forse ciò che il padrone non riesce a tollerare è la mancanza di buona volontà del suo servo che non fa fruttificare ciò che il padrone ha di più caro, i suoi beni cioè il suo amore. E poi il servo giudica il signore, ancor prima di essere giudicato da lui, ha così tanta paura di lui che rinuncia a ' vivere ' e a crescere, preferisce non rischiare, ma così facendo rifiuta l'amore del suo padrone, non si fida-affida a colui che l'aveva scelto per le sue capacità. Chissà...
Certo che non e` una bella parabola, a meno che non mi sfugga un significato che non ho colto. E poi la massima finale "Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha." e` veramente il contrario del messaggio cristiano. Possibile?
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Dredd Murder
In ogni caso è Dio a dare i talenti ad ognuno, secondo un suo disegno; il fatto che dia ad una persona solo un talento, non è per una divisione sociale, ma per mancanza di fede; infatti chi riceve un solo talento è una persona con pochissima fede, una fede immatura, che non rischia il proprio neanche quando è un dono e questo è dimostrato dal fatto che sotterra il talento ricevuto.